Paesaggio
Due si può dire siano le immagini, dialetticamente contrapposte, che del paesaggio abitato e trasformato dall’uomo, le arti e le ideologie che tennero il campo nella mente e nei cuori dei Toscani dell’età dei Lorena seppero, quasi magicamente, imprimere nel territorio del Granducato in quell’in fondo breve giro di tempo che va dalla metà del XVIII secolo alla metà del seguente XIX.
Da un lato, e con una qualche precedenza cronologica, l’immagine di un territorio ordinato da una Ragione rischiarata, come allora si amava dire, dall’ésprit des lumières, di città e soprattutto campagne perfettamente coltivate, coperte da una efficiente e capillare rete viaria, solcate da fiumi e canali rigorosamente imbrigliati: nei campi “redenti” di Maremma e di Val di Chiana o nello spazio solo sperato del “Gran Progetto” concepito da Lorenzo Nottolini per irreggimentare le acque dell’intero Ducato di Lucca, quello che si sognava e si realizzava era una terra ove il lavoro dell’uomo, governato dallo spirito appunto enciclopedico e politecnico, fosse capace di produrre anche un nuovo tipo di edilizia, quell’architettura della pubblica utilità che ai tradizionali ornati classicistici avrebbe con sempre maggiore convinzione sostituito il gusto per le forme più semplici, per i volumi più puri.
Dall’altro l’immagine di una regione incantata, fatta di boschi, acque e colline distribuite in pittoresca libertà, sciolte da ogni vincolo officinale e destinate ad ospitare il sogno dell’ideale poetico, si trattasse delle verdi convalli della Val di Lima intorno agli albionici Bagni di Lucca o i segreti parchi territoriali “all’inglese”, di immensi giardini dell’anima quali quello di Scornio presso Pistoia o Pratolino dei Lorena, rivisitata con gli occhi colmi di altri paesaggi a suo tempo da altri artisti sognati, come nel caso delle Crete senesi.
Un ulteriore segno, stavolta come a ponte fra questi due paesaggi toscani contrapposti, può infine essere indicato come peculiare del modo di pensare e rielaborare il territorio toscano da parte dei Lorena: quello delle grandi foreste ora appenniniche ora costiere: da un lato, cioè, le abetine dei gioghi montani ad esempio intorno a Camaldoli o a Vallombrosa, intensamente incrementate con nuove piantagioni anche a cura di appositi ‘tecnici’ fatti giungere d’Oltralpe, recuperando così una virtuosa politica di riforestazione che era stata praticata secoli addietro dai monaci benedettini che nella piantagione di nuovi alberi espletavano parte del loro “orare et laborare”; dall’altro le pinete della Versilia o delle Maremme, pisana e grossetana, destinate a difendere dai venti e dal salmastro del mare le terre in via di bonificazione, onde rendere i futuri campi quanto più salubri ed adatti all’insediamento umano possibile. Boschi quindi rinnovati in funzione del buon governo, dell’utilità pubblica, che però producevano anche scenari pittoreschi, dove lo spirito soprattutto del Romanticismo poteva abbandonarsi a rêveries ove i boschi di Arcadia, abitate da satiri e da ninfe, trascoloravano nelle selve della Germania popolate dalle fate e dagli elfi.
Così nelle Maremme si assiste al fiorire di un reticolo rigoroso ed efficiente di argini e canali, che squadrettano le piane impaludate portandovi per così dire la chiarezza della “Ragione” illuministica (insieme al limo benefico delle “colmate”) e dove grazie a una sequenza di costruzioni (dalle cateratte alle dighe ai modernissimi ponti sospesi a catene e canapi di ferro) scritte secondo il rigoroso linguaggio dell’architettura della pubblica utilità si manifesta un nuovo territorio ad un tempo naturale ed artificiale ove l’efficacia delle bonifiche idrauliche, la saggezza delle riforme politico-economiche e la presenza di tanti edifici essenziali e ‘belli’ come un efficace (perché semplice ed essenziale) strumento da lavoro portavano alla creazione di un i
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